Perché i social sono una merda…

Ormai sono anni che ho sempre più quest’idea, ma dopo che oggi ho ascoltato questo podcast di Paolo Attivissimo, ora ne ho la conferma netta, precisa e quindi STOP…. non mi rompete più i xxx se avete problemi col PC / Smartphone / Lavastoviglie / Termostato / Scopino del cesso (se connesso ad internet) e avete un account con Facebook (in primis), per me non vale più la pena “lottare”, “fare pulizia” o cercare di sistemare le cose….

Già non ho vita sociale “tattile”, se non fosse per l’unica uscita mensile che faccio col mio testimone di nozze nonché col mio migliore amico d’infanzia, probabilmente non uscirei più di casa se non per andare a lavorare / fare la spesa / o poco altro… (ma mi va bene così, ora in questo post non mi voglio lamentare di questo!).

Non ho più da anni nemmeno una “vita” social, ma meglio così visto l’andazzo, non sopporto più la porcheria informatica che sta prendendo sempre più piede… ho 2 ragazzi adolescenti e faccio molta fatica per cercare di “contenerli” nel non fargli installare l’app in voga del giorno, il giochino super figo, o di credere che si possano fare soldi con 2 clic sul sito fasullo di turno…

Mi permetto di copiare il testo del podcast che comunque trovate in originale [qui].

Potete scaricare la puntata in [mp3] o ascoltarla su [iTunes] [Youtube Music] o [Spotify] oppure basta fare play qui sotto…. sì, non avete scuse per non ascoltarlo… almeno che vogliate continuare ad aver gli occhi coperti dal prosciutto o dal tappetino del mouse che non si usa piu’ (anche per l’informatica “moderna”)

Podcast RSI – Meta incassa 7 miliardi di dollari l’anno da spot-truffa, e lo sa

Se vi è capitato di notare una pubblicità sfacciatamente truffaldina su Facebook o Instagram e avete provato a segnalarla ma non è successo nulla e lo spot è rimasto al suo posto, c’è una buona ragione. Anzi, ci sono sette miliardi di buone ragioni. Meta, la società che gestisce questi due social network oltre a WhatsApp, incassa infatti sette miliardi di dollari ogni anno dalle pubblicità fraudolente. E grazie a un’indagine appena pubblicata da Reuters, sappiamo che i dirigenti di Meta sono perfettamente consapevoli di questa situazione e hanno deciso di non fare nulla, perché l’ammontare di qualunque sanzione delle autorità sarebbe inferiore a quello che incassa.

Non solo: quando Meta si accorge che un inserzionista sta truffando, spesso non lo blocca, ma si limita a farlo pagare di più per continuare a pubblicare i suoi spot che raggirano gli utenti. In altre parole, Meta guadagna di più da una pubblicità truffaldina che da uno spot onesto. Non è una teoria: lo dicono i documenti interni di Meta stessa.

Benvenuti alla puntata del 10 novembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

Ogni giorno, Meta mostra agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp circa 15 miliardi di pubblicità ad alto rischio di truffa. Da queste pubblicità incassa 7 miliardi di dollari l’anno. Alla fine del 2024, l’azienda prevedeva che il 10% del suo fatturato globale, circa 16 miliardi di dollari, sarebbe derivato dal fatto di mostrare consapevolmente ai propri utenti delle pubblicità che promuovono truffe o prodotti illegali. Sono alcuni dei dati che emergono da un’inchiesta pubblicata pochi giorni fa da Reuters e basata su documenti interni di Meta.

I comportamenti intenzionali di Meta rivelati dall’inchiesta lasciano a bocca aperta per il loro cinismo assoluto. Gran parte delle truffe sui suoi social network proviene da operatori che vengono rilevati eccome dai servizi di monitoraggio antifrode interni, ma Meta blocca questi inserzionisti solo se questi sistemi automatici sono sicuri almeno al 95% che sia in corso una truffa. Se la percentuale è inferiore, Meta semplicemente fa pagare all’inserzionista un importo maggiore per ciascuno spot, ma non lo blocca.

C’è di più: la documentazione interna dell’azienda di Mark Zuckerberg spiega che un utente che clicca su una pubblicità fraudolenta verrà bombardato da altre pubblicità truffa, grazie agli automatismi, i famosi algoritmi social, che cercano di presentare agli utenti delle pubblicità basate sui loro interessi.

Altre informazioni interne dimostrano che Meta ha ordinato ai suoi team antifrode di non intervenire contro gli inserzionisti sospettati di frode se bloccarli rischia di far perdere a Meta più dello 0,15% del fatturato globale. A ottobre 2024, i dirigenti di Meta hanno presentato a Zuckerberg in persona un piano antifrode, che invece di agire drasticamente avrebbe concentrato i propri sforzi nei Paesi nei quali si temeva un intervento a breve del legislatore. Hanno poi concordato che avrebbero tentato di ridurre gli incassi legati a truffe, gioco d’azzardo illegale e merci proibite dal 10,1% circa del 2024 al 7,3% entro la fine di quest’anno. Hanno i mezzi per bloccare le truffe, ma li applicano con il contagocce per non causare cali troppo repentini nel fatturato aziendale.

È difficile leggere i dati portati alla luce dall’indagine di Reuters senza evocare la parola “complicità”. Qui non si tratta più di un semplice “se non paghi per qualcosa, il prodotto in vendita sei tu”. Non è più una sorta di compromesso di convenienza, nel quale gli utenti accettano di essere sorvegliati a scopo pubblicitario in cambio di un servizio che permette loro di restare in contatto con parenti, amici e clienti. Meta sta volutamente, consapevolmente dando i propri utenti – cioè noi – in pasto ai truffatori perché guadagna dalle loro truffe.

Questa è la reale natura dei social network che quattro miliardi di persone al mondo continuano a usare. Un territorio di caccia per criminali, che ingannano gli adulti con finti investimenti facili e seducono i minori per ricattarli minacciando di pubblicare le loro foto intime, e la passano liscia perché le loro inserzioni su Facebook e Instagram contribuiscono al fatturato.

È per questo che segnalare una truffa sui social network di Meta è molto spesso una perdita di tempo. Anche a me è capitato di segnalare account che erano sfacciatamente in violazione delle regole di Facebook o di Instagram, perché presentavano immagini di minori in atteggiamenti illegali o fingevano di essere account di celebrità che promuovevano investimenti e prodotti, e mi è capitato di sentirmi rispondere spesso che andava tutto bene così. Addirittura segnalare in massa spesso è inutile. I documenti interni di Meta rivelano che l’azienda lo sa e non fa praticamente nulla.


Uno di questi documenti, datato 2023, mette in luce il livello stratosferico di indifferenza di Meta verso i suoi utenti truffati o esposti a truffe. In quel periodo gli utenti di Facebook e Instagram stavano inviando circa centomila segnalazioni valide di tentativi di truffa ogni settimana, ma Meta le ignorava o le respingeva nel 96% dei casi. Però possiamo consolarci, perché i responsabili della sicurezza si erano impegnati, in questi documenti, a ridurre questa percentuale al 75%. Per loro, lasciar correre tre truffe su quattro sarebbe un bel risultato.

Lo so che niente di tutto questo vi farà chiudere i vostri account Instagram, Facebook o WhatsApp. Moltissimi utenti hanno investito anni nel creare una rete di amicizie e di contatti su questi social network e quindi sono comprensibilmente molto riluttanti a smettere di usarli anche di fronte a rivelazioni come queste. Il loro atteggiamento spesso è del tipo “sì, lo so che mi profilano, ma tanto non ho niente da nascondere, facciano pure; io non voglio perdere i contatti con i parenti e gli amici, e se non fanno abbastanza contro le frodi starò attento a non cliccare sulle pubblicità.”

Ma stare attenti a non abboccare agli spot non basta. Questa intenzionale, calcolata carenza di vigilanza di Meta sui propri social favorisce infatti un ecosistema di truffatori impuniti e ben attrezzati ,che rubano gli account degli utenti e ne prendono il controllo per diffondere i loro raggiri usando le identità delle vittime. In questo modo gli amici di quelle vittime crederanno che il consiglio di investimento in criptovalute arrivi da una persona di fiducia, e abboccheranno più facilmente.

L’indagine di Reuters cita un esempio eloquente fra tanti. Una donna ha scoperto di non poter più accedere al proprio account Facebook e si è accorta che qualcuno lo stava usando per mostrare una falsa tessera da dipendente sulla quale c’era la sua faccia. Il testo del post annunciava che lei (la vittima) era ora “certificata per le criptovalute”. La donna ha segnalato subito il problema a Meta, ripetutamente, ma non è successo nulla. Il suo account, con il suo nome e la sua faccia, continuava ad annunciare che lei era diventata ricca grazie alle cripto e voleva dare ai suoi amici la stessa opportunità. Chiedere alla polizia di intervenire è stato inutile: gli agenti le hanno detto che normalmente Meta non risponde alle segnalazioni di account rubati neanche quando arrivano dalle forze dell’ordine.

E così la donna ha cercato di avvisare tutti i propri contatti, chiedendo di non interagire con il suo account e di segnalarne il furto a Meta. Ma anche questo non è servito a nulla. Nonostante un centinaio di segnalazioni, Meta non ha fatto niente per parecchio tempo, e così i truffatori sono riusciti a raggirare cinque suoi colleghi che si sono fidati dei consigli che a loro sembravano provenire da lei e hanno perso cifre ingenti.

I documenti interni di Meta rivelano un altro aspetto poco conosciuto del mondo delle frodi online: i truffatori sono ricchi. Per trovare le proprie vittime, investono in campagne di spot sui social per decine o centinaia di migliaia di dollari. Uno dei documenti cita il caso di un truffatore che ha pagato a Meta ben 250 mila dollari per fare inserzioni nelle quali si spacciava per il primo ministro canadese e propinava, anche qui, investimenti in criptovalute. Avete capito bene: un criminale ha pagato a Meta quella cifra. Non c’è da sorprendersi se Meta ha chiuso un occhio e anzi nei suoi documenti interni ha sottolineato che le sue regole attuali non segnalerebbero affatto questo tipo di account.

A volte gli occhi che vengono chiusi sono ben più di uno. Gli stessi documenti interni dell’azienda rivelano che alcuni grandi inserzionisti truffaldini potevano accumulare oltre cinquecento violazioni senza essere puniti. E alcune campagne fraudolente sono immense: quattro di esse, rimosse da Meta qualche mese fa, fruttavano da sole all’azienda di Zuckerberg incassi per 67 milioni di dollari al mese.

E la soluzione di Meta a questo tipo di problema è stata aumentare le tariffe per gli inserzionisti sospettati di essere fraudolenti. Gli stessi documenti sottolineano che Meta vuole ridurre questo flusso di incassi legati alle frodi, ma farlo troppo in fretta potrebbe avere appunto un effetto deleterio sulle sue proiezioni di fatturato e potrebbe spaventare gli azionisti. Tanto le sanzioni delle autorità costerebbero meno dei tre miliardi e mezzo di dollari che Meta guadagna ogni sei mesi dalle pubblicità sfacciatamente ingannevoli.


Meta ha risposto all’inchiesta di Reuters dicendo che i documenti interni “mostrano una visione selettiva che distorce l’approccio di Meta alle frodi e alle truffe” e che la stima che il 10% del fatturato derivi da frodi è approssimata per eccesso, ma non ha fornito un dato più esatto. L’azienda ha aggiunto che negli ultimi diciotto mesi le segnalazioni di truffe da parte degli utenti sono calate del 58% e che ha rimosso oltre 134 milioni di contenuti fraudolenti. Ma non ha indicato quanti non ne ha rimossi. E rimane sempre il solito problema che in questi social network la volpe è la guardia del pollaio. E ora sappiamo che prende anche soldi per lasciare che altri spennino i suoi polli. Cioè noi.

È comprensibile che di fronte a notizie di questo genere si provi impotenza e rassegnazione. I social network sono una parte troppo ben radicata delle nostre attività personali e professionali. È difficile, quasi impossibile farne a meno, e quindi si sopportano angherie come quelle messe in luce dalla meticolosa indagine di Reuters.

Ma in realtà la scelta fra accettare una gestione cinica e scellerata come questa e rinunciare ai social network è una falsa alternativa. Ci sono social network nei quali la volpe non è la guardia del pollaio, non possiede il pollaio, e non fa entrare nel pollaio le faine per guadagnarci. Sono i social network come Mastodon, quelli del cosiddetto fediverso, quelli creati dagli utenti per gli utenti, senza un CEO o un proprietario che può fare il bello e il cattivo tempo e senza un algoritmo che sceglie per noi cosa farci vedere e cosa no.

Nulla vieta di installare sul telefono, tablet o computer un’app social gratuita come Mastodon accanto a Facebook o Instagram e poi proporre gradualmente ai propri contatti di passare a una piattaforma meno oppressiva. Nessuna grande caotica migrazione improvvisa, ma una transizione graduale. È quello che faccio io, e funziona. Se rivelazioni come queste di Reuters vi ispirano almeno a provare a cambiare le cose invece di attendere invano che cambino da sole, fateci un pensierino. Trovate tutto presso Joinmastodon.org.


Commenti

5 risposte a “Perché i social sono una merda…”

  1. Per dire… alcune delle pubblicità che mi arrivano sul profilo…. che tengo a precisare non ho mai cercato porno o similari su questo caxxo di social… per queste tematiche uso ben altro :-pppp

    Pubblicita farlocca Facebook

  2. No perchè poi uno pensa che siano solo ricerche di parte… ricerche “fasulle”… intanto anche sul Post hanno appena ribadito la stessa cosa….

    https://www.ilpost.it/2025/12/17/meta-truffe-reuters/

  3. Continuo un po’ con la carrellata delle pubblicità “interessanti” sul Faccialibro… hummm, mi viene da dire peccato proprio che siano fasulle…. :-pppp

    Pubblicita farlocca Facebook

  4. Giorni fa una persona che ha ascoltato il podcast mi ha detto che questa analisi sul social era interessante, ma che comunque a lui toccava poco in quanto non ha bitcoin da comprare o da gestire… (diceva così anche sullo smartphone… non ne avrò mai uno…) Ragionandoci però doveva capire che il problema non è necessariamente solo sulle truffe sulla moneta digitale, ma Faccialibro potrebbe benissimo intortarti per la lava pavimenti di turno o magari sull’ultimo phon ultra potente…. è la facilità nel promuovere la qualunque, inventandosi articoli, link e addirittura rubando account per promuovere queste truffe che deve far imbestialire e dire STOP….

  5. Basta con la carrellata delle pubblicità farlocche di Faccialibro, questa sarà l’ultima

    Pubblicita' farlocca Facebook

    (che poi…. non ci assomiglia nemmeno così tanto….) Forse questo gioca a ping pong…

    Che mondo informatico che stiamo tirando sù….. :-((((((

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *